L'angolo acuto

L'angolo acuto Raccontiamo il Sannio e la sua politica, quella nazionale ed il mondo. 📌 Chi siamo

Angolo Acuto è un blog di approfondimento.

Analizziamo temi di interesse pubblico con imparzialità, stimolando il dibattito e il confronto costruttivo. Non rappresentiamo alcuna forza politica né promuoviamo interessi personali. Non siamo una testata giornalistica.

📌 Disclaimer

I contenuti pubblicati sono frutto di analisi basate su fonti pubbliche e accessibili. Non diffondiamo informazioni false né siamo responsabili dei commenti degli

utenti. Eventuali segnalazioni di errori saranno valutate e, se necessario, corrette.

📌 Regole della community

✅ Discussioni aperte e rispettose
❌ No insulti, minacce o diffamazione
❌ No fake news o informazioni non verificate
❌ No incitamento all’odio o spam

📌 Anonimato e contatti

Questa pagina è gestita in forma anonima per garantire indipendenza e libertà di analisi. Non ha scopo diffamatorio, ma informativo. Per comunicazioni: [email protected]

Addio a Papa Francesco: bilancio di un pontificato tra riforme e resistenze, e la sfida del Conclave imminenteLa morte d...
24/04/2025

Addio a Papa Francesco: bilancio di un pontificato tra riforme e resistenze, e la sfida del Conclave imminente

La morte del Pontefice e il cordoglio planetario

Papa Francesco si è spento tre giorni fa, alle 7:35 del mattino, nella residenza di Casa Santa Marta in Vaticano. La notizia è stata data dal cardinale camerlengo Kevin Farrell, annunciando che il Vescovo di Roma, Francesco, è tornato alla casa del Padre. Il decesso è avvenuto per un ictus cerebrale seguito da coma e collasso cardiocircolatorio irreversibile. Il Pontefice, 88 anni compiuti lo scorso 17 dicembre, era nel tredicesimo anno di un pontificato iniziato nel marzo 2013. Negli ultimi tempi le sue condizioni di salute avevano destato preoccupazione: dopo un ricovero di 38 giorni al Policlinico Gemelli per una grave polmonite bilaterale alcune settimane fa, sembrava essersi ripreso, tornando in Vaticano a fine marzo. Solo pochi giorni prima di morire, incurante della fatica, aveva voluto impartire personalmente la benedizione Urbi et Orbi a Pasqua dalla loggia di San Pietro, salutando la folla dalla papamobile in quella che oggi appare come un ultimo commiato ai fedeli.
La scomparsa di Jorge Mario Bergoglio ha suscitato cordoglio in tutto il mondo, non solo tra i cattolici. Dai leader politici alle persone comuni, in molti rendono omaggio al Papa che veniva “dalla fine del mondo”. Sabato prossimo si terranno i funerali solenni in Piazza San Pietro, presieduti dal cardinale decano Giovanni Battista Re, con la partecipazione di decine di capi di Stato e personalità internazionalio. L’Italia ha proclamato cinque giorni di lutto nazionale, a conferma dell’impatto profondo che questo pontificato ha avuto anche al di fuori dei confini della Chiesa. Ma insieme al cordoglio, subito si aprono interrogativi sul futuro: chi guiderà ora la Chiesa cattolica? Quale bilancio lascia Papa Francesco e quale direzione prenderà il prossimo pontificato?

Dalla “fine del mondo” al soglio pontificio: la storia di Jorge Mario Bergoglio

Figlio di immigrati piemontesi, Jorge Mario Bergoglio era nato a Buenos Aires nel 1936. Entrato poco più che ventenne nella Compagnia di Gesù, viene ordinato sacerdote nel 1969. La sua formazione spirituale si ispira alla “teologia del popolo”, una corrente della teologia latinoamericana con forti contenuti sociali ma distinta dalla teologia della liberazione politica. Negli anni bui della dittatura militare in Argentina (1976-1983), il giovane Bergoglio fu Provinciale dei gesuiti: cercò di tenere la Compagnia lontana tanto da collusioni col regime quanto da derive rivoluzionarie, barcamenandosi in una posizione difficile. Anni dopo, infatti, dovette difendersi dall’accusa di non aver protetto alcuni confratelli finiti nelle mani dei militari, accuse poi rientrate. Nel 1998 Giovanni Paolo II lo nominò arcivescovo di Buenos Aires, ruolo in cui Bergoglio si fece conoscere come pastore umile e vicino ai poveri, una sorta di “difensore delle classi popolari” nell’Argentina travolta dalla crisi economica dei primi anni 2000.
La svolta arrivò nel 2013. Dopo le storiche e inattese dimissioni di Papa Benedetto XVI, il conclave del 13 marzo 2013 elesse a sorpresa proprio l’arcivescovo Bergoglio come 266° Pontefice. Pochi, nei pronostici della vigilia, lo avevano indicato come favorito – si parlava piuttosto dell’italiano Angelo Scola, al punto che la CEI inviò per errore un messaggio di congratulazioni a quest’ultimo prima di correggere la gaffe. Ma i cardinali scelsero il cardinale venuto “dalla fine del mondo”. Bergoglio assunse il nome Francesco, primo papa nella bimillenaria storia della Chiesa a chiamarsi così, in omaggio a San Francesco d’Assisi. Fu anche il primo gesuita e il primo pontefice sudamericano ad essere eletto al soglio di Pietro. Sin dal primo saluto dalla Loggia di San Pietro col suo “Fratelli e sorelle, buonasera”, segnato da semplicità informale, apparve chiaro che stava iniziando un pontificato diverso dal solco tradizionale.

Riforme, umiltà e battaglie sociali di un pontificato rivoluzionario

Papa Francesco è stato il protagonista di un pontificato che in molti definiscono rivoluzionario, al punto da “smuovere le mura” della Chiesa cattolica. La sua visione ha spostato l’accento dalla dimensione dottrinale a quella pastorale e sociale, in discontinuità con l’impostazione dei suoi immediati predecessori. Già nei gesti iniziali si è visto il cambiamento: il rifiuto dei simboli del lusso papale (dalla croce d’oro all’auto blu), la scelta di vivere a Santa Marta anziché negli Appartamenti Apostolici, il primo viaggio apostolico a Lampedusa nel luglio 2013 per denunciare la “globalizzazione dell’indifferenza” verso i migranti che muoiono in mare. In quell’occasione Francesco attaccò la “fortezza Europa” cieca di fronte al dramma dei rifugiati, tema che avrebbe rilanciato con forza visitando l’isola greca di L***o nel 2016 e ancora nel 2021, portando personalmente alcuni profughi con sé in Italia. A novembre 2013 pubblicò l’esortazione Evangelii gaudium, manifesto del suo pontificato, in cui condannava “questa economia che uccide” riferendosi alle disuguaglianze e all’avidità del capitalismo globale. Da lì in poi, la denuncia profetica delle ingiustizie sociali e della povertà è diventata cifra costante del suo magistero.
Sul piano dottrinale e delle riforme interne, Bergoglio ha cercato di rendere la Chiesa più aperta e meno autoreferenziale. Nel 2014-2015 ha convocato il Sinodo dei vescovi sulla famiglia introducendo un metodo partecipativo inedito: per la prima volta venne inviato un questionario ai fedeli di tutto il mondo, per raccoglierne opinioni e bisogni prima del dibattito fra vescovi. Questo processo collegiale – salutato dai media con enfasi sul “Papa rivoluzionario” – portò a risultati meno radicali del previsto, ma comunque significativi: nella successiva esortazione Amoris Laetitia (2016) Francesco aprì, seppur con cautela, alla possibilità di riammettere ai sacramenti i divorziati risposati in alcuni casi, lasciando spazio al discernimento caso per caso. Si trattò di un piccolo passo verso una pastorale più inclusiva, che però deluse quanti speravano in cambiamenti dottrinali più incisivi.
Francesco ha anche avviato la riforma della Curia romana, ponendo mano alla costituzione Praedicate Evangelium pubblicata nel marzo 2022, frutto di anni di lavoro con un consiglio ristretto di cardinali. Tuttavia, la riforma si è rivelata in buona parte una riorganizzazione amministrativa della Curia più che una trasformazione radicale. Il Papa ha razionalizzato dicasteri e competenze, inserito laici (anche donne) in ruoli chiave e creato un organismo economico centrale per vigilare sui bilanci vaticani. Ha combattuto con decisione gli scandali finanziari interni – dal caso Vatileaks agli investimenti opachi dell’Obolo di San Pietro – istituendo nuovi organi di controllo e un tribunale per i reati economici. Eppure, i risultati sono stati altalenanti: alcuni processi storici sono iniziati (come quello al cardinale Becciu per la gestione dei fondi vaticani), ma permangono ombre sui conti e resistenze nella vecchia guardia curiale. Anche la tolleranza zero verso gli abusi sessuali del clero, proclamata da Francesco con la creazione di una Commissione per la tutela dei minori e nuove norme (Vos estis lux mundi), ha urtato contro l’inerzia e le coperture sedimentate da decenni, producendo progressi più lenti di quanto auspicato.
Dove invece Francesco ha inciso senza tentennamenti è sul ruolo pubblico della Chiesa in difesa degli ultimi. Ha elevato l’ecologia integrale a tema teologico con l’enciclica Laudato si’ del 2015, pionieristica nell’affermare la connessione tra crisi ambientale e crisi sociale, denunciando il degrado del pianeta che “distrugge il pianeta e genera povertà ed esclusione”. Nel 2020, in piena pandemia, ha pubblicato Fratelli tutti sulla fraternità universale, rilanciando i valori della solidarietà contro “culture dello scarto” e populismi dilaganti. Sul fronte delle disuguaglianze globali, ha convocato tre incontri mondiali dei movimenti popolari (2014, 2015, 2016) in Vaticano, mettendo intorno allo stesso tavolo attivisti di base e capi di Stato, e chiedendo “terra, casa e lavoro” per tutti. Fino agli ultimi giorni del suo pontificato, la voce di Papa Francesco si è levata con forza contro le guerre e le violenze: solitario tra i leader mondiali, ha criticato senza peli sulla lingua tutti gli attori dei conflitti. Celebri le sue parole sull’invasione russa dell’Ucraina, definita “un’invasione sacrilega”, accompagnate però dalla denuncia delle provocazioni della NATO che “abbaia alle porte della Russia”, un equilibrio che gli ha attirato sia le critiche di Kiev (che lo avrebbe voluto più nettamente schierato) sia quelle di Mosca. Allo stesso modo non ha taciuto di fronte ad altre crisi, arrivando a definire con preoccupazione “genocidio” quanto avveniva nella Striscia di Gaza durante il conflitto israelo-palestinese del 2023. Il suo impegno per la pace lo ha portato a lanciare missioni diplomatiche (emblematica quella affidata al cardinale Zuppi per la guerra in Ucraina) e a invocare gesti concreti di giustizia globale. Nel suo ultimo messaggio Urbi et Orbi, Francesco ha indicato tre “azioni di giustizia” da realizzare in vista del Giubileo 2025, quasi un testamento spirituale del suo pontificato: cancellare il debito estero dei Paesi poveri, abolire la pena di morte nel mondo e creare un fondo globale contro la fame utilizzando le spese militari.

Aperture coraggiose e forti resistenze: le tensioni interne alla Chiesa

Il pontificato di Francesco, così ricco di aperture e iniziative, non è stato affatto privo di opposizioni interne. Anzi, fin dall’inizio tensioni e resistenze hanno accompagnato ogni suo passo riformatore. Da un lato c’era una larga parte di Chiesa – vescovi, religiosi e fedeli – entusiasta della svolta francescana: una Chiesa più povera, vicina agli ultimi, meno ossessionata da regole e più attenta al messaggio evangelico di misericordia. Dall’altro lato, però, si è consolidata col tempo una fronda conservatrice decisa a frenare quelli che percepiva come pericolosi strappi con la Tradizione. Questa opposizione ha avuto esponenti di spicco soprattutto in settori della Curia romana e dell’episcopato nordamericano ed europeo legati alla teologia più tradizionalista.
I momenti di scontro non sono mancati. Già dopo Amoris Laetitia, quattro cardinali (Burke, Caffarra, Brandmüller e Meisner) inviarono a Francesco i celebri “dubia”, una lettera in cui esprimevano dubbi sulla dottrina contenuta nell’esortazione, chiedendo chiarimenti sul tema dei divorziati risposati. Il Papa scelse di non rispondere ufficialmente, ma quel gesto segnò l’inizio di un’opposizione palese. Tra i detrattori più accesi si è distinto il cardinale statunitense Raymond Leo Burke, vero vessillo dell’ala ultra-ortodossa. Burke, già prefetto della Segnatura Apostolica, non ha mai avuto timore di criticare pubblicamente il pontefice quando in disaccordo. Il rapporto tra i due è divenuto sempre più teso: Francesco lo aveva già rimosso da ruoli di primo piano, e nel 2023 è arrivato a revocargli stipendio, appartamento e privilegi, accusandolo di aver “lavorato contro il Papa” seminando disunione nella Chiesa. Un provvedimento senza precedenti, indice di quanto fosse acuto lo scontro interno.
Anche Benedetto XVI, il Papa emerito, è stato suo malgrado al centro di dinamiche delicate: la convivenza di due Papi in Vaticano, sebbene improntata a reciproca correttezza, ha fornito talvolta sponda ai tradizionalisti. Emblematico quanto avvenne nel gennaio 2020, quando Benedetto apparve inizialmente come co-autore di un libro insieme al cardinale ultraconservatore Robert Sarah in difesa del celibato sacerdotale, proprio mentre Francesco valutava di allentare questa regola per le regioni di missione (dopo il Sinodo dell’Amazzonia). Di fronte all’imbarazzo suscitato – due voci contrapposte di due Papi sul tema del celibato – il Papa emerito fece poi rimuovere il proprio nome dal libro, segno di una tensione rientrata solo formalmente. Francesco, dal canto suo, preferì non aprire ai viri probati (uomini sposati da ordinare sacerdoti) malgrado il parere favorevole di molti vescovi dell’Amazzonia, per evitare spaccature insanabili. Questo episodio rivela la cifra del suo governare: coraggioso ma anche attento a non provocare scismi, incline a mediare e talvolta fare marcia indietro per mantenere l’unità ecclesiale. Come ha osservato qualcuno, Francesco spesso ha avviato processi di riforma ma poi “ha richiuso le porte che egli stesso ha contribuito ad aprire” quando le opposizioni minacciavano di lacerare la Chiesa.
Nonostante questi contrasti, il bilancio del pontificato di Papa Francesco rimane quello di una Chiesa avviata su un cammino di rinnovamento evangelico. Ha “rimescolato le carte” di un gioco rimasto a lungo immutato: ha ridato slancio alla missione pastorale, messo i poveri al centro, aperto spazi di dialogo su temi prima tabù (dalla sessualità al ruolo delle donne), chiesto una conversione del cuore oltre che delle strutture. E proprio perché ha cambiato gli equilibri interni, il futuro della Chiesa appare oggi a un bivio. Come ha scritto un osservatore, ora si vedrà “se il successore rimetterà in ordine il mazzo oppure vorrà portare avanti i processi avviati da Francesco”, processi ora interrottisi con la sua morte. La parola passa al prossimo Conclave, che dovrà scegliere quale direzione imprimere alla barca di Pietro.

Verso il Conclave: numeri, scenari e divisioni alla vigilia dell’elezione

Con la morte di un Papa in carica, si apre automaticamente la fase di Sede Vacante e la preparazione del Conclave che eleggerà il nuovo pontefice. In questi giorni, mentre la Chiesa rende omaggio a Francesco, i cardinali elettori di tutto il mondo si stanno preparando a convergere a Roma. Il Conclave dovrebbe iniziare tra il 5 e il 10 maggio prossimi. Saranno presenti con diritto di voto 138 cardinali elettori, ossia tutti i porporati sotto gli 80 anni di età. È un collegio elettorale composito e globale: i cardinali votanti provengono da 65 Paesi dei cinque continenti (ben 54 dall’Europa, 22 dall’America Latina, 24 dall’Asia, 18 dall’Africa, 16 dal Nord America e 4 dall’Oceania). L’Italia, pur non esprimendo un Papa da oltre 40 anni, resta il paese con il maggior numero di elettori (19 cardinali). Questa pluralità geografica garantisce che in Sistina si rifletterà davvero la dimensione universale della Chiesa cattolica.
Va sottolineato che ben 110 dei 138 cardinali elettori sono stati creati da Papa Francesco negli ultimi dodici anni. In teoria ciò significa che circa l’80% del conclave è composto da porporati che dovrebbero condividere, almeno in linea generale, l’impostazione di Bergoglio. In pratica, però, le cose non sono così semplici: la pattuglia di cardinali “bergogliani” non è affatto omogenea o monolitica nelle visioni. Francesco, specie negli ultimi anni, ha nominato cardinali molto diversi tra loro, includendo anche figure moderate o conservatrici in posizioni importanti. Inoltre, ogni Conclave fa storia a sé: spesso le appartenenze a “correnti” sfumano di fronte alla valutazione delle qualità personali dei candidati papabili e delle necessità del momento storico. Nulla è scontato, insomma, nemmeno che il prossimo Papa sarà automaticamente un continuatore di Francesco. Del resto, un precedente istruttivo è fresco nella memoria: nel 2013 la maggior parte dei cardinali elettori erano stati nominati da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (quindi teoricamente orientati su posizioni conservatrici), eppure scelsero come Pontefice proprio il cardinale Bergoglio, un “prete di strada” estraneo alle cordate curiali tradizionali. Ciò dimostra che lo Spirito Santo – o, più laicamente, le dinamiche interne – può riservare sorprese oltre ogni pronostico.
Nei Sacri Palazzi e sui media intanto già circolano le ipotesi sui papabili, i cardinali ritenuti in maggior credito di voti per l’elezione al pontificato. Si delineano in particolare due macro-scenari: da un lato i candidati di continuità con la linea di Papa Francesco (progressisti o moderati aperti alle riforme pastorali); dall’altro i candidati di orientamento più conservatore o tradizionalista, espressione di quelle componenti ecclesiali critiche verso Bergoglio e desiderose di una “correzione di rotta”. In mezzo, naturalmente, ci sono possibili figure di sintesi, capaci magari di raccogliere consensi trasversali. Vale la pena esaminare i nomi più spesso citati e le correnti che rappresentano.

I principali papabili e le loro visioni

La rosa dei papabili comprende cardinali di diverse provenienze e sensibilità ecclesiali. Ecco i profili più in vista nel toto-Papa:
• Pietro Parolin (70 anni) – Cardinale Segretario di Stato dal 2013, vicentino, è il diplomatico di più alto rango in Vaticano. Molto stimato per la lunga carriera nella diplomazia pontificia, Parolin è considerato il candidato della continuità moderata: uomo vicino a Francesco, ne condivide l’approccio pastorale globale e l’attenzione ai poveri, ma con uno stile più discreto e incline al dialogo. Ha gestito dossier delicatissimi, primo fra tutti il controverso accordo con la Cina sulle nomine dei vescovi (2018), di cui è stato artefice e che è stato rinnovato più volte nonostante le critiche di parte del mondo cattolico. Parolin incarna una visione ecclesiale aperta e globalista, ostile ai nazionalismi e attenta al Medio Oriente e all’Asia (aree in cui ha operato a lungo). Per molti sarebbe un successore naturale di Bergoglio se il Conclave optasse per un profilo di continuità riformista ma rassicurante, capace di portare avanti l’eredità di Francesco con maggiore diplomazia.
• Matteo Maria Zuppi (69 anni) – Arcivescovo di Bologna, creato cardinale nel 2019, Zuppi rappresenta l’ala progressista e pastorale della Chiesa italiana. Già prete di strada a Roma e figura di spicco della Comunità di Sant’Egidio, è noto per l’impegno nel dialogo interreligioso e nelle missioni di pace (fu mediatore in Mozambico negli anni ‘90). Francesco lo ha voluto inviato di pace per la crisi ucraina, segno di grande fiducia. Zuppi incarna il “Bergoglio italiano”: semplicità, attenzione agli ultimi, apertura senza però strappi dottrinali. Potrebbe catalizzare il voto di quanti cercano un Papa pastorale, inclusivo e comunicativo, capace di parlare al cuore della gente. È abbastanza vicino alla linea di Francesco, ma come arcivescovo in Italia ha mostrato anche doti di mediazione con ambienti più tradizionali. La sua eventuale elezione sarebbe vista come un segnale di continuità nella Chiesa in uscita di Francesco, con un carisma mite ma fermo sui principi sociali del Vangelo.
• Luis Antonio Tagle (67 anni) – Prefetto di Propaganda Fide (ora Dicastero per l’Evangelizzazione) e già arcivescovo di Manila, il filippino Tagle è da tempo indicato come uno dei favoriti, al punto da essere soprannominato “il Francesco asiatico”. Teologo raffinato con studi negli Stati Uniti, ha una lunga esperienza pastorale e una profonda conoscenza della Chiesa universale. Tagle unisce un carattere sorridente e umile a posizioni progressiste: difensore dei poveri e degli oppressi, in passato ha preso posizione per un atteggiamento più misericordioso verso coppie omosessuali e conviventi non sposati, pur mantenendo fedeltà alla dottrina su temi come ab**to ed eutanasia. La sua sensibilità ecologica è spiccata e in sintonia con Laudato si’, Francesco lo stimava molto (lo ha voluto a Roma affidandogli uno dei dicasteri chiave) ed è forse il candidato preferito dai progressisti a livello globale. Un Papa Tagle segnerebbe la prima volta di un pontefice asiatico e darebbe seguito diretto alla visione di Chiesa povera per i poveri, missionaria e dialogante che è stata di Bergoglio.
• Fridolin Ambongo Besungu (65 anni) – Cardinale arcivescovo di Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo). Figura carismatica dell’episcopato africano, francescano, è impegnato su fronti sociali e politici nel suo Paese, dalla denuncia della corruzione alla difesa dell’ambiente e dei diritti dei più deboli. È l’unico africano membro del Consiglio di cardinali di Francesco, segno del ruolo di primo piano che ha assunto. Pur venendo da un continente in forte crescita per la Chiesa, Ambongo non è però un semplice progressista “alla francese”: sulle questioni dottrinali e morali si attesta su posizioni piuttosto ortodosse. Ad esempio, a gennaio 2024 ha guidato la resistenza dei vescovi africani contro l’ipotesi di benedizione delle coppie omosessuali autorizzata in via eccezionale dal Vaticano, firmando una lettera di ferma opposizione. Questo mix di impegno sociale radicale e conservatorismo morale rende la sua candidatura di difficile lettura: sarebbe il primo Papa africano dell’era moderna (evento epocale), porterebbe in alto la voce dell’Africa convinta che “l’Africa è il futuro della Chiesa”, ma potrebbe non ottenere il consenso dei porporati più liberal su temi come famiglia e sessualità. Rimane comunque uno dei papabili più citati, a testimonianza che i cardinali potrebbero guardare fuori dall’Europa anche per rispecchiare la demografia del cattolicesimo mondiale.
• Jean-Marc Aveline (66 anni) – Cardinale arcivescovo di Marsiglia, Francia. Figura emergente della Chiesa europea, di origini francesi ma nato in Algeria, Aveline è stato tra i principali organizzatori dell’incontro Mediterraneo su migrazioni e dialogo interreligioso che ha portato Papa Francesco a Marsiglia nel 2023. Colto e pastorale, il suo profilo ricorda per molti versi quello del primo Bergoglio: grande attenzione alle “periferie”, vicinanza ai migranti, impegno per il dialogo con l’Islam (favorito anche dalle sue radici familiari in Nord Africa). Nel contesto di un’Europa secolarizzata, Aveline rappresenta una Chiesa aperta ma salda nella fede, vicina ai lontani. È sicuramente un papabile di area progressista, che potrebbe emergere come candidato di compromesso qualora le candidature più forti si impantanassero. La relativa giovane età (66 anni) potrebbe paradossalmente essere un ostacolo – spesso al papato si preferiscono età più avanzate – ma in un Conclave che cercasse slancio missionario, il suo nome avrebbe ragion d’essere.
• Pierbattista Pizzaballa (59 anni) – Cardinale patriarca latino di Gerusalemme. Unico italiano a guidare una diocesi in Terra Santa, Pizzaballa ha un profilo particolare: francescano, profonda esperienza sul campo nel conflitto israelo-palestinese, è un uomo di dialogo interreligioso e di mediazione in un contesto infuocato. Appena 59enne, creato cardinale da Francesco nel 2023, porta con sé l’aura delle terre bibliche e una sensibilità equilibrata: aperto alla modernità ma legato alla tradizione, avverso al clericalismo e insieme rispettoso della liturgia. Ha mostrato vicinanza ai migranti e cura dell’ambiente, in sintonia con Papa Francesco, ma anche un certo rigore dottrinale. La sua candidatura sarebbe innovativa (primo Papa originario della Terra Santa) e interessante come figura trasversale: per alcuni elettori potrebbe incarnare l’apertura pastorale senza l’eccessiva “agenda” progressista che taluni rimproverano ad altri candidati. Resta però da vedere se la sua limitata esperienza curiale e la giovane età incideranno sulle sue chance.
• Péter Erdő (73 anni) – Cardinale ungherese, arcivescovo di Budapest. Teologo di formazione, creato cardinale da Giovanni Paolo II nel 2003, Erdő è spesso menzionato come uno dei possibili standard-bearer dell’area conservatrice moderata. Ha un profilo autorevole e internazionale: già presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa, relatore generale al Sinodo sulla famiglia del 2014, gode di rispetto anche fuori dall’Ungheria. Dottrinalmente allineato con la tradizione (si è espresso a difesa del celibato e della famiglia tradizionale), non è però un polemista pubblico come altri: lavora piuttosto dietro le quinte. Erdő potrebbe raccogliere i voti di quei cardinali che, pur senza essere ultrà tradizionalisti, ritengono opportuno un riequilibrio dopo le innovazioni di Francesco. Un suo pontificato segnerebbe verosimilmente un ritorno a uno stile più sobrio e “romano”, attento alla dottrina e meno interventista su temi socio-politici. Alcuni osservatori lo vedono come il profilo di compromesso ideale se il Conclave cercasse un conservatore non divisivo.
• Raymond Leo Burke (76 anni) – Già citato in precedenza come oppositore di Francesco, il cardinale Burke viene talvolta menzionato più come simbolo che come reale candidato papale. Americano, già arcivescovo di St. Louis, rappresenta l’ala ultra-tradizionalista senza compromessi. La sua candidatura incontrerebbe forti resistenze nella maggioranza del Collegio, ma la sua presenza in Conclave potrebbe comunque catalizzare i voti di una piccola ma rumorosa pattuglia di irriducibili scontenti del corso bergogliano. Un eventuale voto di bandiera su Burke – pur destinato a non raggiungere mai il quorum necessario – segnalerebbe l’esistenza di questo blocco tradizionalista. In ogni caso, la frangia restauratrice potrebbe convergere più realisticamente su altri porporati conservatori di maggiore consenso (come lo stesso Erdő, o altri non considerati papabili dai media). Resta il fatto che Burke incarna, quasi caricaturalmente, lo scenario di un netto ritorno al passato: liturgia tridentina libera, niente aperture su morale sessuale, critica aperta al modus operandi sinodale. La sua influenza ideologica nel Conclave sarà un fattore da tenere presente, al di là della persona.
(Altri nomi circolano nel toto-papa: dall’italiano Card. Matteo Zuppi già descritto, al giovane Card. Anders Arborelius di Svezia, convertito dal luteranesimo e voce della Chiesa in una società secolarizzata; dal coreano Card. Lazarus You Heung-sik (73 anni), responsabile del clero vaticano, fino agli statunitensi Card. Blase Cupich (arcivescovo di Chicago) e Card. Joseph Tobin (Newark), considerati vicini alla linea di Francesco specialmente per le posizioni sull’immigrazione. Tuttavia i nomi elencati sopra appaiono al momento i profili più rappresentativi delle diverse correnti in gioco).

Quale Chiesa dopo Francesco? Scenari aperti in attesa dell’“Habemus Papam”

In questa vigilia di Conclave, la Chiesa cattolica si interroga sulla propria direzione futura. Gli esiti possibili dell’elezione aprono scenari molto differenti. Un Papa scelto nell’alveo della continuità bergogliana – come potrebbe essere Parolin, Tagle o Zuppi – significherebbe con tutta probabilità proseguire sulla strada tracciata da Francesco: priorità alle periferie esistenziali, riforme graduali ma costanti, spinta missionaria, dialogo con il mondo contemporaneo e con le altre fedi, collegialità episcopale potenziata (sull’onda del cammino sinodale avviato dallo stesso Francesco). Si tratterebbe di consolidare l’eredità conciliare e pastorale del pontificato appena concluso, magari con un diverso stile di governo ma senza tornare indietro sulle aperture realizzate. Al contrario, l’elezione di un Papa di impronta conservatrice o restauratrice – ipotesi meno probabile ma non impossibile – aprirebbe uno scenario di rettifica della rotta: potremmo assistere a un rallentamento (se non a un arresto) di taluni processi innovativi, a una maggiore enfasi sulla dottrina e la disciplina tradizionale, forse a una riabilitazione dell’ala tradizionalista (ad esempio con una maggior tolleranza verso la Messa in latino, restringendo i limiti imposti da Francesco). Un Pontefice scelto da questo secondo fronte cercherebbe di ricompattare la Chiesa attorno a un profilo più identitario, a costo di deludere l’ala progressista. Molto dipenderà dalla personalità dell’eletto: figure come Erdő o altri moderati potrebbero combinare fermezza dottrinale e volontà di non disperdere completamente i frutti positivi del pontificato precedente.
Esiste poi la possibilità di uno scenario intermedio, affidato a un Papa “di sintesi” o comunque fuori dagli schemi tradizionali: ad esempio un non europeo (come Tagle dall’Asia o Ambongo dall’Africa) oppure un pastore proveniente “dalle periferie” geografiche o esistenziali (come Pizzaballa dal Medio Oriente). Una scelta del genere confermerebbe la visione di una Chiesa veramente universale e potrebbe portare novità nello stile e nelle priorità – pensiamo a un Papa africano che metta al centro lo sviluppo e la giustizia per il Sud del mondo, o a un Papa asiatico attento al dialogo con le altre religioni e culture. Allo stesso tempo, ogni nuovo pontefice dovrà inevitabilmente fare i conti con l’eredità di Francesco e con le aspettative (talora contrapposte) dei vari settori della Chiesa. Come sintetizza efficacemente il Luca Kocci su il manifesto, Francesco è stato “un papa che ha rimescolato le carte”; ora toccherà al successore decidere se “rimettere in ordine il mazzo” o portare avanti i processi di cambiamento rimasti incompiuti.
Quel che è certo è che questo Conclave si svolge in un clima di importanza storica. La Chiesa si trova ad affrontare sfide epocali – dalla secolarizzazione incalzante in Occidente all’esplosione demografica in Africa, dalle guerre che invocano una voce profetica di pace agli scandali interni da sanare – e il Papa che verrà eletto avrà il compito di tenere insieme istanze molto diverse. Il tutto, senza tradire la missione evangelica. Nella Ca****la Sistina, sotto gli affreschi michelangioleschi del Giudizio Universale, i cardinali entreranno in preghiera invocando lo Spirito Santo, consapevoli che dalle loro scelte dipenderà il futuro prossimo di oltre un miliardo di fedeli. La fumata bianca annuncerà al mondo il nuovo Pontefice, con la formula di rito “Habemus Papam”. Sarà allora che capiremo quale volto e quale orientamento avrà la Chiesa cattolica nell’era post-Francesco – se proseguirà nel solco di quel Papa venuto quasi dalla fine del mondo che ha segnato il nostro tempo, oppure se prenderà una strada nuova, in risposta alle domande e alle inquietudini emerse in questi anni di cambiamento. In ogni caso, l’attenzione del mondo è rivolta a Roma: la storia è di nuovo a un crocevia, e la grande elezione sta per compiersi.

Indirizzo

Ponte

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando L'angolo acuto pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'azienda

Invia un messaggio a L'angolo acuto:

Scelte rapide

Condividi