19/03/2026
Quello che ho sempre detto io
Un recente sondaggio rivela che sette docenti italiani su dieci si dichiarano contrari all’introduzione di una valutazione periodica del corpo insegnante. Attualmente, il Sistema Nazionale di Valutazione prende in considerazione il merito professionale soltanto per i neoassunti, al termine dell’anno di prova; non esiste invece un vero meccanismo che accompagni e monitori l’intera carriera.
Le graduatorie ci sono, ma il principale criterio di avanzamento rimane l’anzianità di servizio. È possibile accumulare qualche punto aggiuntivo grazie a titoli come il dottorato, certificazioni o corsi di formazione, ma non esiste un parametro che misuri realmente la qualità dell’insegnamento in classe. Un docente privo di empatia e di competenze relazionali rischia infatti di non svolgere adeguatamente il proprio compito, arrivando persino a incidere negativamente sul percorso degli studenti. Tuttavia, stabilire criteri concreti per valutare questi aspetti non è affatto semplice.
Analizzare in profondità tutte le dimensioni della professionalità docente e quantificare l’efficacia reale del suo lavoro educativo è complesso. Negli ultimi anni, però, il filosofo Umberto Galimberti ha sostenuto più volte la necessità di introdurre una valutazione attitudinale per gli insegnanti.
“Chiunque cerchi lavoro deve affrontare dei colloqui: non si assume nessuno alla cieca”, ha ricordato in un’intervista. “I colloqui non sono altro che test di personalità, in cui bisogna verificare se una persona sa comunicare, coinvolgere, cogliere ciò che accade non solo nella mente, ma anche nella sfera emotiva e affettiva dei ragazzi”, ha affermato.
Secondo questa prospettiva, valutare la predisposizione psicologica di chi insegna non dovrebbe essere un elemento secondario. La scelta di un docente deve infatti tener conto non soltanto della preparazione disciplinare, ma anche della capacità di gestire una classe, educare ed accompagnare gli studenti nella crescita, non limitandosi alla trasmissione di nozioni.