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Lo Studio Presutto, opera nel campo della consulenza alle imprese ed offre principalmente servizi Contabili, Fiscali e di Consulenza del Lavoro, proponendo inoltre soluzioni di Finanza Agevolata. Solida preparazione teorica, continuo aggiornamento, vasta esperienza concreta: con questi tratti distintivi propone un intervento completo nel quale le competenze specifiche, dei professionisti che operano nello studio, risultano tra loro integrate e rappresentano una risorsa importante a disposizione dei nostri clienti. Lo Studio opera anche nel campo della Consulenza di Direzione Aziendale ed offre le proprie competenze per rispondere, con soluzioni innovative, alle esigenze e alle sfide delle imprese, consentendo ai propri clienti di raggiungere sempre più elevati livelli di competitività, con uno sguardo privilegiato ai mercati internazionali.

L’EDILIZIA RALLENTA. MA IL VERO RISCHIO PER LE PICCOLE IMPRESE È LAVORARE SENZA GUADAGNARE.Un’impresa può avere cantieri...
26/10/2026

L’EDILIZIA RALLENTA. MA IL VERO RISCHIO PER LE PICCOLE IMPRESE È LAVORARE SENZA GUADAGNARE.

Un’impresa può avere cantieri aperti, dipendenti impegnati e fatture da emettere.

Ma questo non significa necessariamente che stia guadagnando.

Secondo gli ultimi dati ISTAT, ad agosto 2026 la produzione nelle costruzioni è diminuita del 2,9% rispetto al mese precedente.

È il terzo calo mensile consecutivo.

Nel frattempo, i prezzi alla produzione delle costruzioni di edifici risultano superiori del 2,9% rispetto a un anno prima.

Attenzione: non significa che tutte le imprese abbiano subito questi stessi aumenti. Ma il quadro evidenzia quanto sia importante controllare i costi.

FACCIAMO UN ESEMPIO CONCRETO.

Un’impresa edile acquisisce una commessa da 100.000 euro.

Prevede di sostenere costi per 90.000 euro.

Il margine atteso è di 10.000 euro.

Durante i lavori, però, i costi aumentano di 3.000 euro.

Il risultato?

Il margine scende da 10.000 a 7.000 euro.

Un aumento dei costi di appena 3.000 euro ha ridotto il margine della commessa del 30%.

Eppure il fatturato è rimasto esattamente lo stesso.

Questo esempio, puramente illustrativo, ci aiuta a comprendere un problema che riguarda moltissime piccole imprese.

SI PUÒ LAVORARE DI PIÙ, FATTURARE DI PIÙ E GUADAGNARE DI MENO.

È una contraddizione soltanto apparente.

Quando aumentano i costi dei materiali, della manodopera, dell’energia o dei finanziamenti, il risultato economico può deteriorarsi senza che l’imprenditore se ne accorga immediatamente.

E quando il problema emerge dal bilancio, potrebbe essere troppo tardi per intervenire su quella commessa.

COSA DOVREBBE FARE UN IMPRENDITORE?

Non limitarsi a controllare gli incassi.

Dovrebbe conoscere il costo effettivo di ogni lavoro, confrontarlo con il preventivo iniziale e verificare periodicamente quanto margine rimane.

Non servono necessariamente strumenti complessi.

Serve un metodo che permetta di capire, mentre il lavoro è ancora in corso, se l’impresa sta realmente guadagnando.

Naturalmente, le difficoltà delle imprese non dipendono soltanto dalle loro scelte.

Il rallentamento economico, il costo dell’energia, l’accesso al credito e l’incertezza degli investimenti richiedono anche politiche industriali capaci di sostenere il sistema produttivo.

Ma c’è una responsabilità che ogni imprenditore deve assumersi: conoscere i numeri della propria attività prima di prendere decisioni.

Perché il fatturato misura quanto vendiamo.

Il margine ci aiuta a capire quanto valore economico rimane dopo aver sostenuto i costi.

E sono due cose profondamente diverse.

NON BASTA AVERE LAVORO. BISOGNA SAPERE QUANTO RENDE.

Vincenzo Presutto
Studio Presutto

Fonti: ISTAT, Produzione nelle costruzioni, 20 ottobre 2026; Prezzi alla produzione delle costruzioni, 29 settembre 2026.

AL SUD MANCANO GLI ASILI NIDO. E A PAGARE NON SONO SOLTANTO LE FAMIGLIE.C’è un dato che dovrebbe far riflettere chi gove...
25/10/2026

AL SUD MANCANO GLI ASILI NIDO. E A PAGARE NON SONO SOLTANTO LE FAMIGLIE.

C’è un dato che dovrebbe far riflettere chi governa, ma anche chi si occupa di economia, lavoro e sviluppo delle imprese.

Secondo i dati ISTAT relativi all’anno educativo 2023/2024, nel Mezzogiorno la disponibilità di posti negli asili nido e nei servizi per la prima infanzia è drammaticamente inferiore rispetto al resto del Paese.

Al Sud ci sono appena 19 posti ogni 100 bambini.

Nel Centro Italia sono 40,4. Nel Nord-Est 39,1.

Non stiamo parlando soltanto di una disuguaglianza territoriale.

STIAMO PARLANDO ANCHE DI UN OSTACOLO ALL’OCCUPAZIONE E ALLA CRESCITA ECONOMICA.

Pensiamo a una giovane madre che vorrebbe tornare al lavoro dopo la nascita di un figlio.

Se non trova un asilo nido accessibile, potrebbe essere costretta a rinunciare a un’opportunità professionale, ridurre il proprio orario di lavoro o abbandonare temporaneamente l’occupazione.

Ma le conseguenze non si fermano alla famiglia.

Anche un’impresa può perdere una lavoratrice qualificata, incontrare difficoltà nell’organizzazione del personale o dover sostenere costi aggiuntivi per sostituirla.

ECCO PERCHÉ UN ASILO NIDO NON È SOLTANTO UN SERVIZIO SOCIALE. È ANCHE UN’INFRASTRUTTURA ECONOMICA.

E questo dovrebbe cambiare il modo in cui valutiamo le politiche pubbliche.

Da anni discutiamo di incentivi, agevolazioni fiscali, contributi alle imprese e investimenti per rilanciare il Mezzogiorno.

Tutti strumenti che possono essere importanti.

Ma come possiamo pensare di aumentare l’occupazione, soprattutto quella femminile, se non garantiamo alle famiglie servizi essenziali per conciliare lavoro e figli?

NON BASTA INCENTIVARE LE IMPRESE AD ASSUMERE SE NON METTIAMO LE PERSONE NELLE CONDIZIONI DI LAVORARE.

La responsabilità delle istituzioni non dovrebbe esaurirsi nello stanziamento delle risorse.

Occorre programmare i servizi, realizzare le strutture, garantire personale qualificato e verificare che i posti siano realmente disponibili e accessibili alle famiglie.

Anche le imprese possono fare la propria parte, organizzando meglio turni, rientri dai congedi e strumenti di flessibilità compatibili con le attività lavorative.

Ma non possono sostituirsi allo Stato nella garanzia dei servizi pubblici fondamentali.

IL PUNTO È CHE LA COMPETITIVITÀ DI UN TERRITORIO NON SI MISURA SOLTANTO DAL NUMERO DELLE IMPRESE O DAGLI INCENTIVI DISTRIBUITI.

Si misura anche dalla qualità della scuola, dei trasporti, della sanità e dei servizi per le famiglie.

Perché questi servizi incidono direttamente sulle opportunità di lavoro, sulla produttività e sulle prospettive di crescita.

UN PAESE CHE NON INVESTE NELLE CONDIZIONI NECESSARIE PER LAVORARE FINISCE PER LIMITARE ANCHE LE PROPRIE POSSIBILITÀ DI SVILUPPO.

E nel Mezzogiorno questa contraddizione è ancora più evidente.

Vincenzo Presutto
Studio Presutto

Fonte: ISTAT, Offerta di nidi e servizi integrativi per la prima infanzia, dati anno educativo 2023/2024, pubblicati il 3 febbraio 2026.

I PREZZI CORRONO. I REDDITI INSEGUONO. E I NEGOZI RISCHIANO DI PERDERE CLIENTI.C’è un dato economico che dovrebbe far ri...
24/10/2026

I PREZZI CORRONO. I REDDITI INSEGUONO. E I NEGOZI RISCHIANO DI PERDERE CLIENTI.

C’è un dato economico che dovrebbe far riflettere non soltanto le famiglie, ma anche commercianti, artigiani e piccoli imprenditori.

Secondo l’indagine sulle aspettative dei consumatori pubblicata dalla Banca Centrale Europea il 23 ottobre, nell’area euro i cittadini prevedono per i prossimi dodici mesi:

Prezzi in aumento del 3,1%.
Redditi in crescita soltanto dell’1,1%.

Attenzione: sono aspettative, non aumenti già avvenuti. Ma descrivono una preoccupazione concreta.

SE I PREZZI AUMENTANO PIÙ DEI REDDITI, LE FAMIGLIE TEMONO DI POTER ACQUISTARE DI MENO.

E quando una famiglia deve scegliere come spendere i propri soldi, tende a dare priorità alle necessità.

Rinvia un acquisto, riduce alcune spese, cerca prodotti meno costosi.

E queste scelte possono avere conseguenze dirette sulle attività commerciali.

Ma c’è un aspetto che molti piccoli imprenditori rischiano di sottovalutare.

UN NEGOZIO PUÒ AUMENTARE IL FATTURATO E, NELLO STESSO TEMPO, VENDERE MENO.

Facciamo un esempio.

Un commerciante vende 1.000 prodotti a 10 euro ciascuno.

Incassa 10.000 euro.

L’anno successivo aumenta il prezzo a 11 euro, ma vende soltanto 950 prodotti.

Il fatturato sale a 10.450 euro.

Gli incassi aumentano del 4,5%, ma i prodotti venduti diminuiscono del 5%.

E se nel frattempo sono aumentati anche i costi di acquisto, energia e personale, il risultato economico potrebbe persino peggiorare.

È un esempio, naturalmente, ma serve a comprendere un problema reale.

PER QUESTO UN IMPRENDITORE NON DOVREBBE GUARDARE SOLTANTO QUANTO INCASSA.

Dovrebbe chiedersi:

* Sto vendendo più prodotti o sto semplicemente applicando prezzi più alti?
* I clienti acquistano con la stessa frequenza?
* Quanto margine rimane effettivamente sulle vendite?

Sono domande semplici, ma fondamentali per comprendere la salute di un’attività.

Naturalmente, la responsabilità non può ricadere soltanto sulle imprese.

Un Paese nel quale il potere d’acquisto delle famiglie si indebolisce rischia di compromettere anche la tenuta del commercio e delle piccole attività produttive.

Per questo le politiche economiche devono affrontare insieme salari, produttività, costo della vita e capacità di spesa delle famiglie.

Ma anche gli imprenditori devono imparare a leggere ciò che accade dietro i numeri della propria attività.

PERCHÉ FATTURARE DI PIÙ NON SIGNIFICA NECESSARIAMENTE GUADAGNARE DI PIÙ.

E soprattutto, non significa automaticamente che l’impresa stia crescendo.

Vincenzo Presutto
Studio Presutto

Fonte: Banca Centrale Europea — Consumer Expectations Survey, pubblicazione del 23 ottobre 2026.

IL NEGOZIO È APERTO. I CLIENTI CI SONO. MA LA MERCE NON ARRIVA.È una delle conseguenze più preoccupanti della crisi che ...
22/10/2026

IL NEGOZIO È APERTO. I CLIENTI CI SONO. MA LA MERCE NON ARRIVA.

È una delle conseguenze più preoccupanti della crisi che sta interessando il trasporto delle merci.

Secondo una rilevazione diffusa da Confesercenti il 21 ottobre, nel Mezzogiorno quattro attività alimentari associate su dieci segnalano difficoltà nei rifornimenti, soprattutto di prodotti freschi e ortofrutticoli.

Non significa che tutti i negozi siano rimasti senza merce. Ma il problema è concreto.

Pensiamo a un piccolo commerciante.

Ha sostenuto i costi dell’affitto, del personale e delle utenze. Ha aperto regolarmente la propria attività. Ha clienti pronti ad acquistare.

Ma se la merce non arriva, non può vendere.

E mentre i ricavi diminuiscono, molti costi continuano a maturare.

È così che una crisi dei trasporti può trasformarsi rapidamente in una crisi di liquidità per le piccole imprese.

MA È POSSIBILE PREPARARSI A QUESTE SITUAZIONI?

Non sempre si possono evitare le conseguenze di eventi esterni. Ma si può ridurre la propria vulnerabilità.

Un commerciante dovrebbe conoscere quali forniture sono indispensabili, quanti giorni può continuare a lavorare senza nuove consegne e se dispone di fornitori alternativi affidabili.

Senza accumulare inutilmente scorte e immobilizzare risorse finanziarie.

Naturalmente, la responsabilità non può essere scaricata soltanto sulle imprese.

La politica deve garantire la continuità dei trasporti, affrontare le difficoltà dell’autotrasporto e impedire che una crisi settoriale comprometta intere filiere produttive.

Ma c’è una riflessione che ritengo fondamentale.

OGGI UN’IMPRESA NON RISCHIA SOLTANTO QUANDO NON HA CLIENTI. RISCHIA ANCHE QUANDO NON RIESCE A SODDISFARLI.

Ecco perché conoscere i propri fornitori, organizzare gli approvvigionamenti e programmare il fabbisogno finanziario non sono questioni riservate alle grandi aziende.

Sono condizioni sempre più importanti anche per la sopravvivenza di un piccolo negozio.

La crisi può nascere fuori dall’impresa. Ma è dentro l’impresa che bisogna imparare a gestirne le conseguenze.

Vincenzo Presutto
Studio Presutto

Fonte: Confesercenti, rilevazione sulle difficoltà di approvvigionamento nel Mezzogiorno, 21 ottobre 2026.

IL CARO GASOLIO NON FERMA SOLTANTO I CAMION. ORA RISCHIA DI FERMARE ANCHE IL PAESE.Da oggi, 21 ottobre, in Campania sono...
21/10/2026

IL CARO GASOLIO NON FERMA SOLTANTO I CAMION. ORA RISCHIA DI FERMARE ANCHE IL PAESE.

Da oggi, 21 ottobre, in Campania sono previste riduzioni e sospensioni di diverse linee di autobus EAV.

Il motivo? Le difficoltà nell’approvvigionamento del carburante.

Quando una crisi dei trasporti arriva a compromettere i servizi pubblici, il problema non riguarda più soltanto le imprese: riguarda i lavoratori, le famiglie e la vita quotidiana delle persone.

È la dimostrazione di quanto il nostro sistema economico sia vulnerabile e di quanto sia necessario intervenire prima che un’emergenza si trasformi in una crisi più ampia.

Studio Presutto

Fonte: EAV, comunicazione del 20 ottobre 2026.

BONUS MAMME 2026: FINO A 720 EURO. DA OGGI SI PUÒ PRESENTARE DOMANDA.Una novità concreta per molte lavoratrici e profess...
20/10/2026

BONUS MAMME 2026: FINO A 720 EURO. DA OGGI SI PUÒ PRESENTARE DOMANDA.

Una novità concreta per molte lavoratrici e professioniste.

L’INPS, con il messaggio n. 3343 del 20 ottobre 2026, ha comunicato l’apertura della procedura per richiedere il nuovo Bonus mamme.

Quanto spetta?

60 euro per ogni mese di attività lavorativa agevolabile nel 2026, fino a un massimo di 720 euro.

Il beneficio è destinato, nel rispetto dei requisiti previsti, alle lavoratrici dipendenti e autonome con almeno due figli e reddito annuo da lavoro non superiore a 40.000 euro.

Per le madri con due figli, il più piccolo non deve aver compiuto dieci anni.

Per quelle con almeno tre figli, il limite è di diciotto anni per il figlio più piccolo. Attenzione: per le dipendenti a tempo indeterminato con almeno tre figli si applicano regole differenti.

La novità importante è che il contributo non viene riconosciuto automaticamente.

Occorre presentare domanda all’INPS.

La scadenza ordinaria è fissata al 31 dicembre 2026.

Le somme spettanti sono previste in pagamento in un’unica soluzione a dicembre, se la domanda viene istruita in tempo utile.

Cosa fare concretamente?

Verificare i requisiti, controllare i mesi di attività lavorativa maturati nel 2026 e presentare la domanda attraverso il servizio dedicato sul portale INPS.

Per le lavoratrici autonome e le professioniste è particolarmente importante verificare anche la propria posizione previdenziale.

Un’agevolazione prevista dalla legge diventa un beneficio concreto soltanto quando chi ne ha diritto conosce le condizioni per ottenerla.

Studio Presutto

Fonte: INPS, circolare n. 106 del 16 ottobre 2026 e messaggio n. 3343 del 20 ottobre 2026.

IL CARO ENERGIA NON SI FERMA ALLA BOLLETTA. PER UNA PICCOLA IMPRESA PUÒ COSTARE MOLTO DI PIÙ.Quando aumenta il prezzo de...
20/10/2026

IL CARO ENERGIA NON SI FERMA ALLA BOLLETTA. PER UNA PICCOLA IMPRESA PUÒ COSTARE MOLTO DI PIÙ.

Quando aumenta il prezzo dell’energia, pensiamo subito alla bolletta da pagare.

Ma per un commerciante, un artigiano o un piccolo imprenditore il problema è molto più grande.

Uno studio della CNA, pubblicato il 16 ottobre, ha stimato che, in uno scenario di aumento del 20% dei prezzi finali medi dell’energia rispetto al 2025, il maggior costo annuo potrebbe superare i 4.500 euro per impresa.

È una stima riferita a uno scenario, non un aumento già verificato per tutte le aziende.

Ma proviamo a capire che cosa significa concretamente.

IMMAGINIAMO UN NEGOZIO CHE DEBBA SOSTENERE 4.500 EURO DI COSTI ENERGETICI AGGIUNTIVI.

Quanto dovrà vendere in più per recuperarli?

Supponiamo che, su ogni 100 euro di vendite, rimangano 20 euro per coprire i costi fissi e contribuire al risultato economico.

In questa ipotesi, per compensare 4.500 euro di maggiori costi, quel negozio dovrà realizzare:

22.500 EURO DI VENDITE AGGIUNTIVE.

Non 4.500 euro. Ben 22.500 euro.

È una simulazione basata su un margine di contribuzione del 20%. Ogni impresa ha naturalmente una propria struttura di costi e margini.

Ma il ragionamento mette in evidenza una realtà che troppo spesso sottovalutiamo.

UN’IMPRESA PUÒ CONTINUARE A VENDERE, MANTENERE LO STESSO FATTURATO E DIVENTARE PIÙ POVERA.

Perché se aumentano i costi e i ricavi restano invariati, si riducono le risorse disponibili per remunerare il lavoro, sostenere gli investimenti e garantire la continuità dell’attività.

E se l’imprenditore cerca di recuperare tutto aumentando i prezzi di vendita?

Rischia di perdere clienti, soprattutto in una fase in cui le famiglie devono già fare i conti con un potere d’acquisto sotto pressione.

ECCO IL VERO PROBLEMA: L’AUMENTO DEI COSTI ENERGETICI PUÒ METTERE IN DIFFICOLTÀ CONTEMPORANEAMENTE LE IMPRESE E LE FAMIGLIE.

Le imprese vedono ridursi i margini.

Le famiglie devono sostenere prezzi più elevati.

I consumi possono rallentare e le attività commerciali rischiano di vendere ancora meno.

È un meccanismo economico che può indebolire progressivamente il nostro sistema produttivo, soprattutto quello costituito da piccole e medie imprese.

E QUI ENTRA IN GIOCO LA RESPONSABILITÀ DELLA POLITICA.

Non possiamo continuare ad affrontare il problema energetico soltanto attraverso interventi temporanei e misure emergenziali.

L’Italia ha bisogno di una strategia energetica strutturale, capace di ridurre la vulnerabilità alle oscillazioni dei mercati internazionali, diversificare le fonti di approvvigionamento e rendere più competitivo il costo dell’energia.

Perché il prezzo dell’energia non è soltanto una questione di bollette.

È UNA QUESTIONE DI COMPETITIVITÀ, OCCUPAZIONE E TENUTA ECONOMICA DEL PAESE.

Ma c’è anche un’altra responsabilità, quella di chi guida un’impresa.

Di fronte a uno scenario economico sempre più incerto, non basta aspettare che i prezzi diminuiscano o che arrivino nuovi provvedimenti pubblici.

Occorre conoscere con precisione quanto incidono i costi energetici, quali prodotti o servizi generano realmente margine, quanta liquidità è disponibile e quali interventi possono rendere l’attività meno vulnerabile.

A volte significa rivedere i consumi energetici, valutare nuovi contratti di fornitura, migliorare l’organizzazione o ripensare alcune scelte commerciali.

LA CRISI PUÒ NASCERE FUORI DALL’IMPRESA. MA È DENTRO L’IMPRESA CHE BISOGNA IMPARARE A GESTIRNE LE CONSEGUENZE.

È questa, a mio giudizio, una delle sfide più importanti per il futuro delle nostre piccole e medie imprese.

Passare da una gestione che subisce gli eventi a una gestione capace di comprenderli, anticiparli e affrontarli.

Perché oggi il vero vantaggio competitivo non consiste soltanto nel vendere di più.

Consiste nel sapere quanto rimane di ciò che vendiamo e quali decisioni dobbiamo prendere per proteggere il futuro della nostra attività.

E vorrei concludere con una domanda rivolta soprattutto a commercianti, artigiani e piccoli imprenditori:

Quanto stanno incidendo realmente i costi energetici sulla vostra attività? E riuscite ancora ad assorbirli oppure siete stati costretti ad aumentare i prezzi?

Vincenzo Presutto
Studio Presutto

Fonte: CNA, studio sul costo dell’energia, 16 ottobre 2026. Simulazione economica illustrativa con margine di contribuzione del 20%.

HAI DIMENTICATO DELLE SPESE NEL 730? POTRESTI AVERE DIRITTO A UN RIMBORSO MAGGIORE.Attenzione: il 26 ottobre 2026 scade ...
19/10/2026

HAI DIMENTICATO DELLE SPESE NEL 730? POTRESTI AVERE DIRITTO A UN RIMBORSO MAGGIORE.

Attenzione: il 26 ottobre 2026 scade il termine per presentare il modello 730 integrativo.

Chi ha già presentato la dichiarazione dei redditi potrebbe aver dimenticato alcune spese detraibili o deducibili.

Penso, ad esempio, alle spese mediche, agli interessi sul mutuo per l’abitazione principale o ad altri oneri fiscalmente agevolabili.

In questi casi, se la correzione determina un maggiore credito, un minor debito oppure lascia invariata l’imposta, è possibile presentare un 730 integrativo.

CHE COSA BISOGNA FARE?

Controllare la dichiarazione già trasmessa, confrontarla con le fatture, le ricevute e gli altri documenti disponibili e verificare se ci siano spese non inserite.

Il 730 integrativo deve essere presentato tramite un CAF o un professionista abilitato.

Attenzione: se invece la correzione comporta maggiori imposte o un minor credito, occorre utilizzare una procedura diversa.

Il consiglio è semplice: non aspettare l’ultimo giorno per controllare la tua dichiarazione.

Pagare correttamente le imposte significa anche non perdere le detrazioni e le deduzioni alle quali si ha diritto.

Studio Presutto

Fonte: Agenzia delle Entrate — Scadenzario fiscale 2026.

HAI VECCHIE CARTELLE PER IMU, TARI, BOLLO AUTO O MULTE? DAL 16 OTTOBRE POTRESTI PAGARE MENO.C’è una novità fiscale che i...
17/10/2026

HAI VECCHIE CARTELLE PER IMU, TARI, BOLLO AUTO O MULTE? DAL 16 OTTOBRE POTRESTI PAGARE MENO.

C’è una novità fiscale che interessa potenzialmente molti cittadini, famiglie e imprese.

Dal 16 ottobre 2026 è possibile presentare domanda per la Rottamazione-quinquies dei debiti affidati alla riscossione da Regioni ed enti locali che hanno aderito alla misura.

Ma attenzione: non tutte le cartelle possono beneficiare della definizione agevolata.

CHE COSA PREVEDE LA NUOVA PROCEDURA?

La misura riguarda determinati debiti, tributari e non tributari, affidati all’Agenzia delle Entrate-Riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2023.

Tra le entrate potenzialmente interessate possono rientrare IMU, TARI, bollo auto e sanzioni stradali.

Per i debiti tributari ammessi, la definizione consente di eliminare sanzioni e interessi previsti dalla normativa, mantenendo il pagamento del capitale e delle altre somme dovute.

Per le multe stradali, invece, la sanzione originaria rimane dovuta: il beneficio riguarda interessi e maggiorazioni ammesse.

LA SCADENZA PER PRESENTARE DOMANDA È IL 15 DICEMBRE 2026.

È prevista anche la possibilità di rateizzare gli importi dovuti, secondo le condizioni stabilite dalla legge.

MA C’È UN ASPETTO CHE RITENGO FONDAMENTALE.

Prima di aderire bisogna conoscere esattamente la propria posizione debitoria.

Non basta sapere di avere una vecchia cartella.

Occorre verificare l’ente creditore, la data di affidamento del debito alla riscossione, la tipologia delle somme richieste e l’effettiva adesione dell’ente territoriale alla procedura.

Per questo il primo passaggio utile è richiedere il Prospetto informativo sul sito dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione.

Solo dopo aver verificato i debiti ammessi e gli importi da pagare sarà possibile valutare consapevolmente la convenienza dell’adesione.

E qui vorrei aggiungere una riflessione.

PERCHÉ IL NOSTRO SISTEMA FISCALE HA CONTINUAMENTE BISOGNO DI MISURE STRAORDINARIE PER CONSENTIRE AI CONTRIBUENTI DI REGOLARIZZARE I PROPRI DEBITI?

A mio giudizio, queste procedure possono rappresentare un’opportunità importante per chi intende rimettere ordine nella propria situazione fiscale.

Ma non dovrebbero diventare il sostituto di un sistema di riscossione più semplice, tempestivo e sostenibile.

Un contribuente dovrebbe poter conoscere con chiarezza ciò che deve, comprendere come si è formato il debito e disporre di strumenti ordinari efficaci per regolarizzarlo.

La vera efficienza fiscale non consiste soltanto nel recuperare i debiti accumulati. Consiste anche nel creare le condizioni perché non continuino ad accumularsi.

Nel frattempo, il consiglio è semplice:

Prima di pagare una vecchia cartella o aderire a una definizione agevolata, verifica esattamente che cosa devi e quali possibilità prevede la legge.

Una verifica preventiva può evitare errori e consentire scelte economicamente più consapevoli.

Studio Presutto

Fonte: Agenzia delle Entrate-Riscossione — Rottamazione-quinquies enti territoriali. Riferimenti: art. 10-quinquies del D.L. 38/2026, convertito dalla Legge 88/2026 e successive modifiche della Legge 113/2026.

5,4 MILIONI DI ITALIANI IN POVERTÀ ASSOLUTA. DOPO TRENT’ANNI, QUALE PAESE ABBIAMO COSTRUITO?Oggi, 15 ottobre, l’ISTAT ha...
15/10/2026

5,4 MILIONI DI ITALIANI IN POVERTÀ ASSOLUTA. DOPO TRENT’ANNI, QUALE PAESE ABBIAMO COSTRUITO?

Oggi, 15 ottobre, l’ISTAT ha pubblicato il rapporto sulla povertà in Italia nel 2025.

I numeri dovrebbero imporre una riflessione seria a tutta la classe dirigente, senza distinzione di appartenenza politica.

Oltre 2,1 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta: l’8% delle famiglie italiane.

Parliamo di 5,4 milioni di persone, il 9,3% della popolazione.

Ma c’è un altro dato: oltre 2,8 milioni di famiglie, pari al 10,8%, si trovano in povertà relativa.

Sono due misure differenti, che non possiamo sommare, ma che raccontano entrambe una fragilità economica profonda.

E le disuguaglianze territoriali rimangono evidenti.

Nel Mezzogiorno il 9,6% delle famiglie vive in povertà assoluta, contro il 6,3% del Centro.

Oltre 1,1 milioni di minori vivono in povertà assoluta.

E tra le famiglie la cui persona di riferimento è un operaio, l’incidenza raggiunge il 14,3%.

Quest’ultimo dato dovrebbe farci riflettere particolarmente.

Perché quando lavorare non basta a proteggere una famiglia dalla povertà, il problema non riguarda soltanto l’assistenza sociale. Riguarda il funzionamento della nostra economia.

A mio giudizio, questi risultati rappresentano anche il conto di decenni di politiche economiche incapaci di affrontare con sufficiente continuità la debole crescita, la stagnazione della produttività, i bassi salari, le disuguaglianze territoriali e il progressivo indebolimento delle opportunità sociali.

Non attribuisco questa responsabilità a un solo Governo.

Destra, centro e sinistra hanno governato in fasi diverse. E nessuno può considerare risolti problemi strutturali che attraversano generazioni.

Gli shock internazionali hanno certamente aggravato la situazione. Ma non spiegano da soli trent’anni di difficoltà economiche.

Abbiamo eccellenze imprenditoriali, grandi capacità professionali e giovani preparati.

Eppure non siamo riusciti a trasformare queste risorse in una crescita sufficientemente diffusa da migliorare stabilmente le condizioni di vita di milioni di persone.

Servono politiche industriali, energetiche, salariali, educative e sociali coordinate. E servono interventi mirati per chi oggi non riesce a sostenere le spese essenziali.

Con risorse certe, responsabilità definite e risultati verificabili.

La povertà non si combatte soltanto aiutando chi è rimasto indietro. Si combatte anche costruendo un’economia che smetta di lasciare indietro milioni di persone.

La domanda che rivolgo alla politica è semplice:

quanti altri rapporti ISTAT dovremo leggere prima di considerare la riduzione della povertà una misura fondamentale del successo delle politiche economiche?

Vincenzo Presutto

Fonte: ISTAT, La povertà in Italia – Anno 2025, pubblicato il 15 ottobre 2026.

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